Teorema _ testi critici

Invito

Testo critico di Tiziana Tommei

Teorema

«I miei tagli orizzontali sono le linee del mare, se intersecati da linee verticali, diventano boschi. Ma potrebbero essere le cellule della pelle della mia mano. Anche il cielo ha linee orizzontali, o a raggiera, o a spirale…»: in questi termini Roberto Ghezzi parla del suo lavoro e, più nel dettaglio, di quella peculiare tecnica che, prendendo avvio a seguito di un viaggio ad Amsterdam nei primi mesi del 2014, caratterizza oggi, con esiti sempre più personali e affinati, la sua produzione artistica.

Un minimalismo formale che, partendo dal Creato, arriva a sondarlo e, metaforicamente, a sventrarlo nel tentativo di sviscerarne l’essenza. Il modus operandi ha le sue radici nell’opera di Cézanne, a cui rimanda anche la scelta di temi propri, reiterati con maniacale attenzione. Infatti, a ben guardare, le montagne, gli orizzonti marini, i cieli, il mare, i prati, le foreste, non costituiscono i soggetti reali dell’opera di Ghezzi. Una ricerca la sua che, muovendo dalla contemplazione neoromantica del mondo, ne avvia lo stravolgimento nell’accezione di una sorta di sintetismo analitico. Equilibrio, ordine, pulizia, sottrazione, rarefazione, controllo: tutti questi fattori sono tenuti insieme sulla base di un minimalismo in bilico – da sempre – tra figurazione e astrazione.

Oggi, dopo tre anni, osservando le ultime opere di Roberto Ghezzi, mi trovo a tracciare un quadro chiaro, ma al contempo aperto, perché inevitabilmente passibile di ulteriori sviluppi. Un leitmotiv del suo operato pittorico è la capacità, intrinseca ad ogni sua realizzazione, di gettare un ponte ideale tra quanto rappresentato e il riguardante: chi osserva è chiamato ad assumere un ruolo attivo rispetto al quadro, che può rivestire la valenza di finestra, di specchio o di entrambe. Rimirando le catene montuose che si specchiano nell’acqua, si è invitati a guardare oltre ad un’apertura immaginaria rivolta ad un paesaggio infinito e, al contempo, non viene mai negata la libertà a riconoscere quel luogo secondo il proprio immaginario, in ossequio al personale background o ai sogni di colui che vi si trova davanti. Non esiste un corrispondente reale diretto di quel paesaggio: la matrice è indubbiamente nella natura, ma sono la memoria e i sentimenti derivanti dalla presa in esame della realtà fenomenica a guidare la mano del pittore. I suoi paesaggi sono visioni mentali, che, sebbene abbiano una primordiale origine en plein air, nascono e prendono forma in atelier.

Lo studio del pittore è quanto mai indicativo di taluni aspetti che appartengono alla sua opera: il silenzio, il grigio delle pareti, l’assenza di oggetti (ad eccezione degli strumenti del mestiere); un ambiente dove tutto è ridotto all’essenziale e in cui vige un clima di calma contemplativa – la stessa che restituisce nel suo lavoro. Ghezzi lavora sempre più nel rispetto di leggi formali, compositive e tecniche stabilite. Nel discorrere di pittura parla di “codici”, “fulcri”, “sequenze” e il termine più esplicativo che ha utilizzato è “equazione estetica”. Le linee citate nell’incipit sono vettori, assi che mettono in comunicazione gangli i quali, a loro volta, conferiscono alla dimensione compositiva un suo equilibrio formale, cristallizzato e inalterabile. Le stesse linee o tagli sono la trasposizione, in forme pure, di elementi naturali, fino, talvolta, a segnare il superamento della forma, verso esiti di pittura informale.

«Uso il blu in tutte le sue sfumature e gradazioni – blu di Prussia, Parigi, Oltremare, Reale e Cobalto, perché è il colore che riassume la vita, un po’ come il grigio. E’ blu l’acqua profonda, il cielo profondo. Possono essere blu le montagne, l’aria, il mare, le foreste, le terre …»: così il minimalismo cromatico e l’antinaturalismo del colore seguono criteri non emotivi, ma cognitivi. Ghezzi dipinge le montagne blu non perché le senta tali, ma per gli intenti di una ricerca protesa verso finalità di estrema sintesi ed epurazione di ogni parvenza di caos. Così, come quei pochi elementi inseriti nello spazio della pittura sono selezionati e occupano una posizione precisa e non modificabile – pena l’equilibrio del tutto – così la scala cromatica, giocata su pochi e scelti toni freddi, funge da variabile costruttiva.

Questa mostra vuole essere un momento di riflessione sull’attività degli ultimi anni, presentando lavori recenti e inediti, tutti esito di un iter concettuale, formale e tecnico che ha perseguito, con coerenza, una linea evolutiva, oggi più di ieri, in sostenuta ascesa.

I suoi più recenti lavori mettono in scena un incredibile virtuosismo tecnico, le successive velature, applicate con fare lento e ponderato sulla tela, mimano l’effetto di un velluto o di una seta dispiegati su orizzonti definiti e su di una texture pittorica compatta. I soggetti sono spesso presenti in duplice forma, specchiandosi nell’acqua. Gli alberi, privi di rami, sono colonne che attraversano senza interruzione la tela, creando una struttura architettonica, una griglia, un gioco di assi cartesiani. I campi verdi o terrosi, sempre alieni da qualsiasi presenza umana o segno antropico, sono superfici materiche, spesse, incise o attraversate da spatolate gravide di pigmento. I formati virano da dimensioni estremamente contenute, fino a giungere a polittici che superano i tre metri e mezzo di ampiezza. I tagli delle rappresentazioni suggeriscono sempre una prosecuzione dello spazio della pittura oltre i limiti della tela; egli gioca così sull’effetto di un’istantanea fotografica, bloccando, fuori dal tempo e dallo spazio, come in un fermo immagine, un’idea che si nutre dell’io del suo creatore e della natura che lo circonda e che lo affascina. Una natura, quella restituita da Roberto Ghezzi, innalzata in un iperuranio, in un luogo incorruttibile, non terreno, immutabile ed eterno.

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Testo critico di Giovanni Faccenda

L’universo evocato

«Il divino è ovunque,
anche in un granello di sabbia».
Caspar David Friedrich

Abitata com’è da seduzioni immaginifiche e incanti mistici, la pittura di Roberto Ghezzi mostra nella sua stagione più recente i frutti prosperosi di una ricerca insistita nell’ermetico universo dell’invisibile. Accortosi «dell’inganno consueto», ovvero «di chi crede che la realtà sia quella che si vede» – per citare i versi paradigmatici di due liriche di Montale –, Ghezzi si è spinto oltre, realizzando un proprio «teorema»: conditio sine qua non per addentrarsi in taluni meccanismi ancestrali insiti nella natura, dei quali indagare il mistero accentuato, talvolta, da parvenze leggiadre eppure allo stesso tempo ingannevoli.

In un ambito espressivo squisitamente estetico, arricchitosi, ora, di nuove prospettive mentali, egli ha dunque tratto spunto da fascinazioni complesse e talvolta persino enigmatiche, sospese fra le algide acque del mare, o di un lago, e il sinuoso incedere della campagna, là dove il silenzio coltiva risonanze memoriali e la luce è indizio di ulteriori rebus destinati a rimanere irrisolti.

Non fosse altro che per quella tensione emotiva della quale risultano pervasi i suoi orizzonti blu o verdi, invero accordi cromatici ricchi di sequenze pittoriche progressive, simili dipinti – pare il caso di aggiungere – meriterebbero di essere altresì approfonditi anche per alcuni cerebrali fraseggi: tagli figurali elaborati come arcane architetture radicate nello spirito, ambientazioni rarefatte ormai prossime a un realismo magico, parvenze illusorie in cui indovini, nascosti, folletti e spiriti come in una commedia di Shakespeare; di più, una diffusa varietà di fragranze – ora d’erba bagnata ora di salsedine – che improvvisamente tornano a offrirsi generose alle narici.

Nulla risulta casuale in questo inedito ciclo della pittura di Ghezzi, a cominciare dai formati delle tele – sovente quadrate – che egli ha scelto. Ma piuttosto che pensare soltanto a una singolare rivisitazione del teorema di Pitagora – visivamente enucleato con tre diversi quadrati costruiti su ognuno dei lati di un triangolo rettangolo –, si indirizzi la propria considerazione verso gli arcani dei quali si è servito il «matematico» Piero della Francesca per accrescere lo spessore filosofico di soggetti e fondali che hanno vinto la loro sfida con il tempo: da questi, infatti, Ghezzi si è mosso per conquistare, infine, una esclusiva identità creativa, quantunque nel suo lavoro tuttora echeggi – sapientemente orchestrata – la sublime lezione di Caspar David Friedrich.

Umori romantici continuano così ad albergare in quadri che hanno fatto propri i segreti dell’aurora e del crepuscolo, verità rimaste a vorticare nelle più algide temperature intime, il senso, alto, di una riflessione affidata a un mondo evocato prim’ancora che rappresentato in pittura. Mentre nell’opera di Ghezzi, salutari, ritrovi le visioni paesaggistiche del cinema di Antonioni e ascolti, oracolo ispirato, l’immortale Quasimodo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.