Nulla è come sembra // I.OVO

Forma, immagine, colore: il visibile e l’invisibile

di Enrico Fico

Che cos’è un’immagine? Il suo essere-non essere, realtà, copia, simulacro, schermo opaco, ombra, fantasma e allo stesso tempo il suo statuto appare incerto, mutevole, esposto ad una pluralità di forme e contaminato da un gran numero di occorrenze, contesti e manifestazioni.

Come dice l’etimo greco, l’immagine è eikon, che funziona da memoria permanente per il nostro sguardo.

Ma se le immagini invece di richiamarsi ad un modello corrispondente impresso nella memoria collettiva, si divertissero a giocare con la somiglianza-dissomiglianza / richiamo-allontanamento da essa?

Arezzo. La curatrice e storica dell’arte Tiziana Tommei, propone all’interno del suo spazio in via Garibaldi 33 una doppia personale di Carla Mura (Cagliari, 1973) e Giulio Giustini (Sansepolcro, 1981), allestendo un percorso espositivo di 14 opere, equamente divise tra i due artisti. Nell’eterogeneità degli approcci e degli intenti, il prodotto artistico realizzato dai due è semioticamente convergente: la forma, il colore, e l’immagine che da essi deriva, creano una collisione di senso e percezione che destruttura il dato visivo e lo ricompone in un unicum semantico.

Di Carla Mura sono esposte una serie di tele, dal formato rigorosamente quadrato, realizzate interamente con filo di cotone. Le linee pulite, essenziali, architettoniche, creano i colori attraverso le forme, che esprimono tutta la cura e il trasporto personale dell’artista nel riprodurre mondi di significanza attraverso la materia elementare eletta a medium artistico: un semplice filo di cotone. Le tele della Mura sono dei veri e propri arpeggi colorimetrici che, attraverso un misurato e consapevole lavoro di intreccio, ricostruiscono materia, forme e volumetrie, demistificano il puro formalismo astrattista ed ingannano lo sguardo del fruitore, che è costretto ad abbandonare tutti i codici interpretativi personali per lasciarsi coinvolgere nel nuovo lessico emozionale del citazionismo espressivo dell’artista.

Le opere del giovane artista biturgense Giulio Giustini si presentano come ammassi silenziosi di forme plastiche inondati da una patina cromatica monocorde ed uniformante. L’accumulo compulsivo di materiali molteplici e diversificati si traduce in una capacità compositiva narrativamente e volontariamente muta: la giustapposizione di posate, cassette, specchi rotti, giocattoli e qualsivoglia altro elemento di estrazione quotidiana non tende a ricomporre una narrazione coerente e musealizzata nell’opera d’arte. L’uso di materiali poveri e banali ha come obbiettivo la collezione di elementi trascendentali che ricompongano gli istanti di un “tempo fuori dal tempo”: è il colore che dona forma ai singoli oggetti; solo attraverso di esso, gli elementi-parole riescono ad inscriversi in una sintassi inedita, ovvero il linguaggio espressivo di Giustini.

Se da un lato, dunque, gli intrecci di filo della Mura, materia primordiale delle sue opere, danno senso compiuto al dato cromatico, in Giustini è quest’ultimo il principio demiurgico dei suoi multiformi totem plastici. Minimo comun denominatore: un’ingannevole apparenza allo sguardo, un’incapacità ermeneutica senza l’intervento del pensiero, che diventa, dunque, infrastruttura della visione.

Mai come in questo caso, “il vero senso è invisibile, ma l’invisibile non è il contrario del visibile: il visibile ha esso stesso una membrana di invisibile, e l’in-visibile è la contropartita segreta del visibile” (cit. M. Merleau-Ponty).

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ph enrico fico

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