Just a spoonful of sugar helps the medicine go down

OGI

1. – 30. 04. 2016

Ogi, Scrigno tubero IV, 2015, tecnica mista
1. Collage- Bolla- 2016 40x30
Archivio- Aux Bonheur des Dames 2016 40x50
Archivio- Borsa per la spesa- Oxford 2016 40x50
5. Collage- Passeggiata -2016- 30x30
Scrigno Tubero n° 2 La Dama del Fiume. 2016 
“Just a spoonful of sugar helps the medicine go down”

Galleria 33 festeggia il terzo anniversario e presenta la personale di Gioia Olivastri, in arte Ogi, Just a spoonful of sugar helps the medicine go down.
Il progetto espositivo propone opere inedite, assemblages e collages su tela distinte in tre collezioni: Scrigni–tubero, Collages e Archivi. L’eterogeneità di tecniche e materiali è la più diretta manifestazione della libertà espressiva dell’artista, che in questa occasione ricorre ad objets trouvés, papier collés, tessuti, metalli, porcellane, fotografie, disegni e ricami. Il modus operandi è fatto di gesti lenti, tempo trascorso, profonda riflessione e azione misurata.
Mostra e testo critico sono a cura di Tiziana Tommei.

Progetto espositivo
La mostra propone opere inedite, assemblages e collages su tela distinte in tre collezioni: Scrigni-tubero, Collages e Archivi. L’eterogeneità di tecniche e materiali è la più diretta manifestazione della libertà espressiva dell’artista, che in questa occasione ricorre ad objets trouvés, papier collés, tessuti, metalli, porcellane, fotografie, disegni e ricami. Il modus operandi è fatto di gesti lenti, tempo trascorso, profonda riflessione e azione misurata.
Il progetto espositivo è stata concepito come un percorso che ha origine dal profondo, da una dimensione ancestrale da cui provengono gli Scrigni-tubero. Essi rappresentano delle entità primigenie e preziose. Sono diamanti grezzi. Idealmente estratti dalla terra, questi vengono alla luce – e dunque alla coscienza – costituendo il viatico per un viaggio alieno dal concetto di spazio-tempo inteso quale entità misurabile. Rappresentano una sorta di strumenti apotropaici. La forma plastica, ruvida, intricata e poetica degli Scrigni si contrappone a quella eterea, candida, luminosa e narrativa della collezione di tele intitolata Collage. Esse vanno lette come un racconto in cui le figure, dalle silhouettes leggere e incorporee, emergono silenti, allineandosi su di un palco metafisico e instaurando un dialogo ovattato tra loro e verso lo spettatore. Disegni fatti di tratti spezzati, rapidi e controllati, a suggerire personificazioni di stati d’animo e messaggi allegorici. Seguendo il filo rosso invisibile che collega i lavori esposti si giunge al gradino più alto, gli Archivi. Queste opere rappresentano l’esito di una ricerca: l’artista recupera dal passato, dalla sua storia, frammenti eterogenei per materia e genere – disegni, appunti, fotografie, schizzi, oggetti, gioielli – e li compone secondo un criterio uniforme, di matrice formale ed estetica, cromatica ed architettonica. Assemblages e collages di momenti vissuti, fermati nel passato, ma mai perduti. Composizioni che non obbediscono a principi cronologici o tematici e nelle quali ogni componente rappresenta una cellula autonoma, un’opera a sé stante. Le tavole diventano organi e insieme formano un corpo che trova negli Scrigni la sua parte istintuale e nelle tele bianche quella spirituale.

Testo critico
Il mondo di Ogi (Gioia Olivastri) non è fatto di materia e neanche di sogni. Gioia Olivastri è un’artista concettuale, profondamente visionaria e onirica. Tuttavia i contenuti da lei veicolati sono lucidamente realistici e terreni, concreti e crudi, organici e carnali. Concetto, visione e verità. Metafore sinistre travestite da fiabe che attraggono e disorientano, respingono e ipnotizzano.
Ciascuno di noi, vivendo la propria esistenza, evita di mordere la mela. L’uomo contemporaneo, con tutta l’inconsapevolezza di cui è capace, si crede forte di fronte alle tentazioni, al male, al peccato. Si circonda di ciò che incarna la sua idea di bellezza, corre tanto e pensa poco. Prova qualsiasi mezzo che può isolarlo, alienarlo, anestetizzarlo perché non è abituato a soffermarsi. Egli s’incanta di fronte allo specchio, contempla la forma che vi è riflessa non preoccupandosi di conoscere cosa ci sia oltre lo specchio stesso. Attraversarlo – sulla scia del personaggio di Lewis Carroll – significa andare al di là delle apparenze e sondare il profondo, accogliere i mutamenti e nutrire il proprio spirito. Balziamo così dal racconto fantastico alla psicanalisi Junghiana e al moderno I Ching, muovendoci metaforicamente dentro e fuori la tana del Bianconiglio. Il ricorso alla fiaba alimenta una riflessione intorno al concetto di “Ogi-fanciulla”, in ordine al quale la creazione non implica un viaggio a ritroso nel tempo ma isolamento, contemplazione e introspezione, ricerca e conoscenza. In linea con i dettami della filosofia Wabi-sabi, l’arte di Ogi è un omaggio all’imperfezione, ad un’incompletezza ordinata nella quale nulla viene lasciato al caso. Il non-perfetto è ricercato e ponderato, esaltato ed ostentato. Perché è la verità che può salvare il mondo, non la bellezza. La verità non è necessariamente bella, perfetta, buona. Quindi perché un artista dovrebbe raccontare il contrario? Occorre giocare con le apparenze e creare uno scalino tra ciò che viene mostrato e quello che è invece rappresentato. In questa dinamica, l’apparente incanto si autodistrugge per mezzo di una visione più attenta, partecipata, sensibile. Gli intrecci, i nodi, i nascondimenti, le linee spezzate, le interruzioni rendono conto di un’analisi viscerale, senza sconti. Creare è un viaggio verso l’interno che non aggira i punti oscuri: li osserva, li fa a pezzi, li analizza e li confeziona dentro un grazioso pacchetto. È una sorta di esorcismo. Non affannatevi a trovare una parvenza di rassicurazione perché non solo non viene data ma non è permessa. Gioia conferisce alle sue opere l’esteriorità che hanno i nostri inganni e le storie che ci raccontiamo, per poi svelare tutta la loro inconsistenza.

Scrigni
Gli Scrigni, al pari di tutte le opere di Ogi, non hanno nulla d’immediato, né a livello di realizzazione né di lettura. Essi hanno una forte valenza germinativa. Citando l’astista, questi costituiscono dei “tuberi”. Sono fatti di materia concreta e palpabile – oggetti, corda, cotone, gommapiuma, tela – ma quello che rappresentano non è tangibile; parlare di surrealismo potrebbe apparire fuori luogo, ma finisce per esser calzante se si coglie in essi la manifestazione di ciò che viene nascosto dentro, a cui chi crea conferisce una struttura con lucidità e distacco. Sono opere apotropaiche, viatici per la comprensione dell’essere.

Per spiegare gli Scrigni, Ogi sceglie la forma del racconto:

«Gli Scrigni-tubero rappresentano manufatti nati dal sottosuolo, vissuti al buio e protetti dal terreno. Si deve andare in profondità per estrarli come succede per le gemme preziose. Una volta estratti e portati alla luce, vengono con cura infilati dentro gerle di vimini e consegnate al viaggiatore in marcia verso luoghi montani.
Saranno accolti in case di pietra dalle dimensioni non troppo grandi, dagli ambienti raccolti dai soffitti bassi con illuminazione alquanto soffusa. Paesaggi boschivi o malghe verdeggianti saranno loro gli amici di questi piccoli e compatti oggetti esposti ogni volta che si desidera all’aria fresca e illuminati dal sole. Gli Scrigni-tubero sono costruiti con elementi naturali sensibili a modifiche con il passare del tempo. Superfici ruvide e irregolari dai margini morbidi e indefiniti. Visioni intuitive del mondo, manufatti indifferenti al buon gusto convenzionale. Oggetti apparentemente anonimi e semplici con una loro forza ben determinata».

L’artista fa ricorso alla narrazione visionaria e metaforica. Questo estratto è un crogiolo di principi che caratterizzano il lavoro di Ogi: la dicotomia buio/luce; l’asimmetria esterno/interno (oggetti preziosi in ruvida juta / «apparentemente semplici ed inerti ma con una forza determinata»); il movimento spazio/tempo (il viaggio; i tuberi non sono stabili e sono «sensibili a modifiche»); la natura (e la sua transitorietà); ricerca estetica come sinonimo di armonia (proteggere, andare in profondità, curare).
Parafrasando, gli Scrigni sono la nostra essenza, l’animo umano, ciò che siamo. Per conoscere noi stessi dobbiamo andare in profondità, conoscere o recuperare caratteri della nostra indole e ricordi; iniziare un viaggio in noi stessi e affrontare, vivere e curare la nostra interiorità. Con il tempo si cambia: l’apparenza, l’esteriorità e ciò che è immediatamente manifesto può ingannare chi si arresta alla superficie. Tuttavia occorre tenere conto anche di altri elementi. Alla base del concetto di Scrigni c’è anche quello di culla o incubatrice: un ambiente protetto e accogliente, atto a favorire la germinazione e l’evoluzione, la crescita e dunque anche le mutazioni. Non per ultima, la filosofia Wabi-Sabi. È questa la chiave più utile per svelare la natura degli Scrigni: essi possono essere accostati alle case da tè giapponesi, costruzioni apparentemente semplici, modeste e discrete ma in realtà ricercate, cerimoniali e preziose. Spazi raccolti, concepiti in ossequio ad un’estetica distante da quella occidentale, indubbiamente più complessa e spirituale, fondata sulla natura e «capace di restituire all’arte del vivere una certa dose di saggezza e di equilibrio».

Collages
I Collages sono abitati da figure stilizzate, fatte di segni spezzati e spigoli, composte per frammentazione di linee con un ritmo sincopato che porta il pennarello ad allontanarsi in un continuum dal supporto. Questi personaggi possono essere letti come assemblaggi figurativi degli stessi tratti o “aste” che caratterizzano la scrittura interiore di Ogi.
Occorre qui aprire una parentesi sulla produzione storica dell’artista. Nel 1982 Ogi inizia a raccogliere quaderni che lascia rigorosamente intatti, disponendoli uno sopra l’altro. Due anni dopo nascono le Tensioni: stanghette unite all’estremità, a volte colorate, che con un flusso “cantilenante” investono pagina dopo pagina i diari già collezionati. Si tratta di una parte fondamentale del corpus dell’artista: una sorta di accumulazione compulsiva di elementi, segni brevi inclinati, spezzati e regolari, collegati tra loro, replicati su quaderni e tele a formare elenchi potenzialmente infiniti. Potrebbe essere definita scrittura silenziosa o primigenia. Una riduzione al grado 0 della forma. Indubbiamente una manifestazione dell’esser-ci. Come lei stessa scrive «il foglio di carta bianco è stato il mio “sedativo”». Da questi segni sono nate le installazioni su parete fatte di corda e chiodi, la serie dei Molari (1995) e le Tele ricamate (1998). I disegni dei Collages si inseriscono su questa linea, sono fatti dello stesso tratto, composti dalle medesime unità di segno, per l’artista «una sorta di alfabeto per l’anima. Punti di sutura per porre riparo al danno e alla ferita materiale, carezze e conforto per la parte invisibile».
Gli strappi della carta e i brandelli di tessuto entro cui s’inseriscono le figure innescano un gioco di piani (in concreto, sulla tela bianca), suggeriscono una stratificazione di significato (idealmente, procedendo a ritroso dalla figurazione). Sintomatico in tal senso è il passaggio da Tasche rosa a Bolla: in quest’ultimo la figura umana appare velata e prima di essa emergono i materiali, la carta giapponese, il tessuto sintetico e l’organza. Gli strati multimaterici non sono più sovrapposti, ma divisi e allontanati (mescolati e fusi in Passeggiata, distinti e cuciti in Clara, sovrapposti e incollati con precisione in Armonia, giustapposti e decentrati in Tasche rosa). Il passo successivo e ultimo si ha in Rosa nocciola: in questo avviene il passaggio all’astrazione, svaniscono la rappresentazione umana e il segno, lasciando spazio ad una matrice informale fatta di gesto e materia.

Archivi
Appunti, illustrazioni, fotografie, pastelli, acquerelli, objets trouvés, manufatti: l’arte di Ogi rifugge ogni etichetta, ma porta il peso della storia. Gli esordi del percorso artistico di Ogi sono legati all’illustrazione e alla pittura. Negli anni sperimenta tecniche e materiali, muovendosi con disinvoltura dalla pittura alla scultura, dall’illustrazione di moda al design di gioielli, dalla fotografia all’installazione. Il materiale prodotto, raccolto e conservato nel corso della sua storia trova negli Archivi una nuova collocazione. In essi possiamo riconoscere il manifesto della sua poetica e in concreto i frammenti della sua produzione. I Molari, la Pomme, gli appunti in viaggio, gli studi per i libretti editi da Alberto Casiraghi, le fotografie dei divieti e lavori in corso, le immagini dell’India, gli oggetti di uso comune, i disegni di accessori di moda: ogni Archivio è un concentrato di storia. È un po’ come se questi elementi avessero trovato la loro collocazione – come quando l’artista collezionava quaderni intonsi senza ancora che esistesse l’idea delle Tensioni. Dunque si tratta di materiale estremamente eterogeneo per concezione, realizzazione e cronologia. Esso viene sottoposto ad un processo di revisione, selezione, decontestualizzazione e conseguente rifunzionalizzazione (dall’archivio vero e proprio, quello dell’artista, in cui costituisce un’entità autonoma e conclusa, diviene una delle molteplici componenti di un’opera di collage o assemblage su tela). Obbedisce ad uno schema squisitamente formale ed estetico che prescinde da criteri cronologici e tematici. Ogni archivio è un insieme strutturato e organico sebbene all’apparenza estremamente multiforme e variegato. Se vogliamo possiamo ricorrere all’automatismo surrealista e al meccanismo dei sogni per riflettere su di un’operazione che attinge ai ricordi per creare associazioni libere.

artista
Ogi

info.
dal 1 al 30 aprile 2016
opening venerdì 1 aprile 18.00
orari e contatti