Galleria 33 | I.OVO

L’antica via sacra
Intervista a Tiziana Tommei

Non è una location qualsiasi per una galleria, che troppo spesso ospita un’arte depauperata che sembra non conservare più niente della sua sacralità.

Tiziana Tommei ha accettato la sfida, ha scelto la vecchia Via Sacra – oggi via Garibaldi – per aprire il suo spazio, un laboratorio d’idee, che è anche teatro d’eventi e luogo d’incontri, un crocevia di stimoli ed entusiasmo che da subito è diventato “polmone” del centro storico di Arezzo.

Eleonora Ciambellotti: Perché oggi come oggi, in un mondo in cui sembra che della cultura si possa fare a meno – considerati i tagli e la poca importanza data al mondo dell’istruzione una giovane decide di investire nell’arte?

Tiziana Tommei: Per passione in primis. Ma, non solo per questo ovviamente. La ragione principale della mia scelta, indubbiamente controcorrente, parte dalla mia idea di cultura. Non è il mio progetto ad essere in controtendenza, quanto – e questo è allarmante – l’idea che lo ha generato: intendere la cultura come risorsa. Oggi, infatti, studiare è considerata una perdita di tempo e di denaro, meglio rivolgersi ad attività più redditizie e meno faticose. Invece io penso che la cultura, l’insegnamento e l’educazione dell’individuo, siano diritti inalienabili, da mettere in moto a partire dall’infanzia, al fine di permettere la crescita civile del singolo, come del Paese in cui vive. Non voglio che le nuove generazioni si trovino a fronteggiare una crisi, ancora più pesante di quella attuale, senza riferimenti e in balia dell’ignoranza.

E.C.: L’ignoranza appunto. Affronti una materia, l’arte contemporanea, di “difficile” decodifica, un oggetto a volte fuori mercato, che rischia di allargare ancora di più quella frattura ideale che si è creata tra gli artisti e il loro pubblico. Come lavora la tua Galleria per sanare questa distanza?

T.T.: È singolare che la contemporaneità dell’arte come dei suoi pubblici, anziché unire, finisca per creare distanza. Eppure sono entrambi, sia gli artisti che i fruitori, uomini del contemporaneo, che vivono il medesimo momento storico, vicini per modalità percettive, background, aspettative…. Le espressioni artistiche contemporanee si generano in un milieux che è quello della società contemporanea, che dovrebbe costituire l’interlocutore più direttamente ricettivo del messaggio veicolato, attraverso le nuove proposte creative dell’ingegno umano. Purtroppo, si torna al problema dell’assenza di strumenti utili ad affrontare la realtà che ci circonda: l’educazione e la formazione non sono qualcosa di superfluo, perché è attraverso la conoscenza e la preparazione che si può arrivare a costruire i mezzi necessari per affrontare il presente. E’ importante anche fare una distinzione: io ho parlato di pubblici perché credo si debba partire dalla consapevolezza dell’estrema eterogeneità dei destinatari a cui ci si rivolge, considerandone le caratteristiche distintive di età, cultura, interessi etc. In altri termini, io cerco di proporre, nel mio piccolo, un’offerta diversificata, tentando di coinvolgere un “pubblico” sempre più ampio, dai pochi intendenti al “non pubblico” – quest’ultimo apparentemente il più difficile da intercettare, ma anche il più stimolate.

E.C.: Come ha accolto Arezzo questa tua galleria?

T.T.: Andando in giro, in cerca di artisti e stabilendo contatti. Quando dico di essere aretina e attiva nel settore dell’arte, tutti, da fuori, la considerano un’ovvietà. Naturale è considerata l’inclinazione ad amare e promuovere la creazione artistica da parte di chi, come me, è nato e cresciuto in una città nota per il suo patrimonio storico-artistico. Al contrario Arezzo guarda con curiosità e stupore alla “33”, che non vuole essere solo una galleria, intesa quale mero contenitore espositivo. La Galleria 33 è un progetto, che muove da un luogo fisico di proposta, incontro e scambio culturale. Non serve a nulla allestire una mostra se essa non sottende un disegno tracciato a partire dall’approccio critico all’opera che si vuole presentare. Tutto il lavoro, ideato e messo a punto per quel particolare evento espositivo, che va dal concept alla comunicazione e dalla organizzazione alla promozione, non può che essere un servizio personalizzato, realizzato su misura in funzione di quella determinata proposta artistica. Inevitabilmente, ogni mostra organizzata, costituisce un unicum non replicabile. Potrei affittare lo spazio, concederlo come vetrina, ma non credo che sia sensato esporre senza, alla base, una progettualità ragionata e una comunicazione studiata ad hoc.

E.C.: E pensando al futuro, tu, cosa ci vedi?

T.T.: Voglio proporre arte in cui credo, capace d’intercettare un interesse crescente, capace d’incuriosire e far riflettere. Vivo nella costante ricerca di novità e quando contatto un’ artista e gli propongo una mostra, lo faccio perché credo in lui, ma, lo ribadisco, la Galleria 33 non è uno spazio commerciale perché l’intermediazione vendita è solo un aspetto, e per giunta finale (nella mia attività come nel mio pensiero) di un processo che non coincide e non si esaurisce nella messa in mostra tout court.

Nel futuro molto prossimo, in questo spazio ci sarà, dal 5 giugno, “Trame segrete”, mostra di Beatrice Speranza e Emy Petrini curata da Tiziana Tommei, un’occasione per capire e scoprire cosa succede quando floral design e fotografia si incontrano.

Eleonora Ciambellotti