Dedicato a Sir J. Herschel


Luciferi – Kyanos

“Dedicato a Sir J. Herschel” è il titolo della mostra presentata da Galleria 33 nello spazio al numero 33 di via Garibaldi ad Arezzo dal 18 dicembre 2015 al 16 gennaio 2016. La bipersonale di Luca Andrea De Pasquale (Aosta, 1983) ed Enrico Fico (Napoli, 1985), alias Luciferi, realizzata con la curatela di Tiziana Tommei, rende conto dell’evoluzione di una ricerca che ab origine si snoda nell’orbita del connubio tra antico e contemporaneo, sfera intima e mondo esterno. La dedica all’inventore della tecnica della cianotipia rimanda all’incipit del piano espositivo. In mostra sono presentati due progetti, “Anabasi” e “480 Nanometri”, rispettivamente ideati e realizzati da Enrico Fico e Luca Andrea De Pasquale, in arte Luciferi.
In entrambi i casi non si tratta di mera fotografia: la cianotipia – unico tema dato in avvio al duo – ha finito per costituire solo un momento del processo di creazione e soprattutto una tecnica da plasmare al fine di affermare un messaggio personale, fortemente autobiografico ed inequivocabilmente identitario. Ciascun autore presenta 10 opere di piccolo formato, pezzi unici, ottenuti tramite applicazione della tecnica suddetta a partire da negativi ricavati mediante l’uso del banco ottico. La seconda parte del lavoro ha significato per entrambi la messa a confronto e la conseguente integrazione all’antico (dall’analogico alla cianotipia) di un’azione strettamente contemporanea che muove dal superamento della bidimensionalità dell’immagine: l’interpolazione di oggetti e la stuccatura di volti annessi ad una revisione dello still life come del ritratto. In mostra sarà presentato inoltre il video di Luca Andrea De Pasquale “Untitled”, realizzato con la regia di Frederick Shelbourne e Frances Von Fleming.

TESTO CRITICO
L’apparente occultamento dell’identità altre deve essere letto come continuità nel lavoro di Luca Andrea De Pasquale. La maschera figurativa del passato (“Bianconiglio”, 2014), superato il passaggio di astrazione geometrica (“Kami”, 2015), si è fatta materia, passando dalla rappresentazione alla realtà informe, tangibile, palpabile. Si è introdotto un nuovo elemento, il gesto, e compiuto un salto di genere, balzando dalla fotografia alla tecnica mista, dalla bidimensionalità alla plastica. Lo stucco, in linea con l’impiego di questo materiale nella storia, viene in tale frangente a costituire un tramite: in termini formali come proiezione verso la terza dimensione; in chiave concettuale quale sedimentazione e humus, fertile costrutto per nuove realtà. Come nel caso delle maschere, anche in questa occasione non c’è negazione – sia intesa come nascondimento che come cancellazione – ma la volontà di conservare e proteggere un rapporto con il soggetto. Non c’è sottrazione o lesione dell’immagine, ma un’addizione di materiale esterno applicato con cura, attenzione e ponderazione, mediante una gestualità sentita e controllata, in egual misura riflessiva ed emozionale. Si permette all’altro di essere se stesso, dialogando con l’io dell’autore. Gli attori vestono i panni del regista per permettere a lui e a loro stessi di svelarsi. In questo ordine, il colore della “maschera” non può che essere bianco, come un foglio intonso su cui scrivere o riscrivere se stessi, un vuoto costruttivo in cui è lasciata al soggetto facoltà di manifestarsi. Ogni identità è la risultante di processi d’interazione e mediazione con l’ambiente e ogni individuo è il prodotto di scambi e condivisioni.

Come esorcizzare quella parte del proprio essere che si avverte come nociva e invalidante consapevoli che la stessa è intrinsecamente formativa e costitutiva della propria identità? Il rischio è quello di distruggere ciò che si è. Per questo è necessario sintetizzare, analizzare, destrutturare e quindi neutralizzare le manifestazioni visibili e manipolabili che rappresentano ciò che si riconosce come atrofizzante rispetto a quello a cui idealmente aspiriamo. Ecco come nascono i feticci cristallizzati, bloccati e sospesi con cui Enrico Fico (de)scrive metaforicamente le sue reiterate abitudini, le manie, i residui delle fasi della sua evoluzione come individuo; non c’è nulla d’immediato. Ciò che emerge dal profondo non può seguire una sintassi regolare, ma può solo avere forme riconoscibili. Una statua della Vergine spunta su di una tavola sistemata per il rito del caffè: l’ironia dissacrante si lega all’autocitazionismo, al punto che per rimando diretto l’opera “Giulia domenica dorme” (aprile-maggio 2015) trova una sorta di prosecuzione autobiografica. Ciò che l’autore è consapevole di non poter afferrare e gestire nella sua interezza, e tanto meno di distruggere, lo mette sul vetrino e lo osserva al microscopio, lo analizza, passando dall’impressione dell’immagine di una costruzione simbolica a quella degli oggetti stessi prelevati ed isolati dalla dimensione rituale simulata attraverso la fotografia. L’oggetto concreto diventa al temine dell’intero processo una proiezione su di un piano ossia pura astrazione, perdendo consistenza e passando da uno status di icona a quello di fantasma, ridotto ad un gioco di ombre non esiste più e diventa pura luce. In verità non c’è mai nulla di “già pronto” nella produzione di E.F.

ARTISTI

Luca Andrea De Pasquale

Enrico Fico

INFORMAZIONI TECNICHE
In mostra dal 18 dicembre 2015 al 16 gennaio 2016
Inaugurazione venerdì 18 dicembre 2015 ore 19
orari e contatti